
L’open space è un po’ come la pizza gourmet: tutti ne parlano, molti la desiderano, pochi sanno davvero gestirla.
Sulla carta è il sogno moderno per eccellenza: luce, aria, spazi fluidi, convivialità, libertà.
Nella realtà, se progettato male, rischia di trasformarsi in un hangar aeroportuale con il divano in mezzo, dove l’eco risponde prima ancora delle persone.
In questo articolo vogliamo fare chiarezza, senza idolatrare né demonizzare l’open space, ma spiegando quando funziona davvero, quando no e soprattutto come progettare uno spazio aperto che resti umano, caldo e vivibile. Con ironia, certo, ma anche con tanta sostanza.
Perché l’open space piace così tanto (e non è solo colpa di Instagram)
L’open space nasce da esigenze reali, non da una moda passeggera.
Unire cucina, soggiorno e zona pranzo permette di:
- sfruttare meglio la luce naturale
- eliminare corridoi inutili
- rendere gli ambienti più ariosi
- favorire la convivialità
- dare una sensazione di casa “più grande”
Il problema è che spesso si prende il concetto e lo si applica senza criterio, come se buttare giù due muri fosse sufficiente per ottenere un risultato da copertina.
Spoiler: non lo è.
L’effetto hangar: cos’è e perché succede
L’effetto hangar è quella sensazione di spazio enorme, freddo, dispersivo, in cui:
- i suoni rimbalzano come in palestra
- il tavolo sembra perso nel nulla
- il divano appare triste e spaesato
- tutto è “aperto”, ma niente è definito
Succede quando manca progettazione, non spazio.
Un open space ben fatto non è uno spazio vuoto:
è uno spazio organizzato, anche se non diviso da muri.
Open space ≠ spazio senza regole
Il primo errore è pensare che open space significhi libertà totale.
In realtà, più uno spazio è aperto, più ha bisogno di regole.
Regole visive, funzionali, proporzionali.
Ogni area deve avere:
- una funzione chiara
- una sua identità
- un suo equilibrio con le altre
Se cucina, pranzo e living si pestano i piedi a vicenda, il problema non è l’open space.
È la mancanza di progetto.
Zonizzare senza muri: l’arte invisibile dell’open space riuscito
La parola chiave è zonizzazione.
Separare non significa chiudere.
Significa distinguere.
1. Il pavimento: il separatore che non fa rumore
Usare materiali diversi (o pose diverse) è uno dei trucchi più efficaci:
- parquet nel living
- gres in cucina
- cementine nella zona pranzo
Anche un semplice cambio di posa o di formato può definire gli spazi senza interrompere la continuità.
2. L’illuminazione: ogni zona la sua luce
Un open space illuminato con un unico punto luce centrale è il primo passo verso il hangar.
Ogni area deve avere la sua illuminazione dedicata:
- luce funzionale in cucina
- luce più calda nel living
- sospensione scenografica sul tavolo
La luce non serve solo a vedere:
serve a raccontare lo spazio.
3. Gli arredi: i veri muri dell’open space
Divani, librerie, isole, credenze:
se posizionati bene, separano meglio di una parete.
Una libreria a giorno, ad esempio:
- divide senza chiudere
- filtra la luce
- aggiunge carattere
- evita l’effetto “tutto in fila contro il muro”
Attenzione alle proporzioni: lo spazio va riempito (con intelligenza)
Uno spazio grande non va lasciato vuoto per principio.
Va bilanciato.
Troppo vuoto = freddezza
Troppo pieno = caos
Un open space ben progettato è come una conversazione riuscita:
- nessuno parla troppo
- nessuno resta in silenzio
- tutto scorre
Il tema dell’acustica: il grande dimenticato
Altro errore clamoroso: ignorare il suono.
Open space + superfici dure = eco assicurato.
Soluzioni intelligenti:
- tappeti (sì, anche grandi)
- tende importanti
- pannelli fonoassorbenti mascherati
- arredi imbottiti
- librerie piene (i libri assorbono più di quanto pensi)
Una casa che rimbomba non è moderna.
È solo rumorosa.
Cucina a vista: bellissima, ma va pensata
La cucina open è fantastica…
finché non friggi.
Se scegli una cucina a vista:
- investi in una cappa seria
- cura l’estetica degli elettrodomestici
- pensa allo spazio di lavoro
- considera soluzioni semi-nascoste (isola, penisola, quinte leggere)
La cucina è protagonista, non un backstage disordinato.
Open space e vita reale: bambini, smart working, caos
L’open space va progettato sulla vita di chi lo abita, non su un render.
Se lavori da casa: serve una zona più raccolta
Se hai bambini: servono spazi flessibili
Se ami il silenzio: servono filtri visivi e acustici
L’open space perfetto non è quello più grande.
È quello più adatto.
Quando NON conviene fare un open space
Sì, lo diciamo chiaramente: non è obbligatorio.
Meglio evitare se:
- l’appartamento è molto lungo e stretto
- la luce naturale arriva da un solo lato
- gli impianti rendono tutto innaturale
- si rischia di perdere troppo contenimento
A volte un muro in più rende la casa più vivibile, non meno moderna.
Il vero segreto: progettare prima di demolire
Il muro buttato giù per entusiasmo è il nemico numero uno dell’open space riuscito.
Prima si progetta:
- distribuzione
- arredi
- impianti
- luci
- volumi
Poi, solo poi, si demolisce.
Open space sì, ma pensato come una casa (non come un capannone)
Un open space ben progettato è accogliente, è funzionale, è equilibrato ed è bello anche dopo dieci anni.
Un open space improvvisato è solo un grande spazio vuoto che stanca in fretta.
Da Gruppo Impianti Ristrutturazioni lo diciamo sempre:
la vera modernità non è togliere muri a caso,
ma costruire spazi che funzionano davvero per chi li vive.
E se l’idea di vivere in un hangar non ti entusiasma…
forse è il momento giusto per progettare con criterio.

